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“Il dolore è per sempre. Non scompare, diventa parte di te, passo dopo passo, respiro dopo respiro. Non smetterò mai di soffrire per la morte di Bailey perché non smetterò mai di amarla. È così. Il dolore e l’amore vivono intrecciati, non esiste l’uno senza l’altro. Non posso fare che questo, volerle bene, e cercare di vivere come faceva lei, con coraggio, energia e gioia.”

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Ma che bei libri che mi sono ritrovata a leggere ultimamente. Dopo anni di mediocrità, 3 nel giro di una settimana. Un miracolo.

 

The sky is everywhere è uno di quei libri che, come Hunger Games, ha languito nella mia libreria per anni, ma forse stavo solo aspettando il momento giusto per leggerlo.

 

Mi rendo conto che la trama, comunque la si cerchi di raccontare, lascia un po’ a desiderare perchè in questo libro più che in altri conta quello che le parole non riescono ad espirmere.

E’ la storia di una ragazza, Lennie, a cui è appena morta la sorella maggiore. E di Toby, il ragazzo di Bailey, che sembra l’unico che riesce a capire l’abisso nel cuore di Lennie. E di Joe, un ragazzo nuovo, che Bailey non l’ha mai conosciuta e si innamora di Lennie.

Ma è anche la storia di un amore, grandissimo, tra due sorelle. Ed è la storia di una perdita lacerante, che si sbatte contro il muro e ti leva il fiato. E’ la storia di un dolore che vuole essere raccontato senza che nessuno ascolti. E’ la storia di fiori, libri, musica, fiumi e alberi testimoni di una vita che non continuerà più, che continuerà a morire, ogni giorno, cento volte al giorno, mentre il resto del mondo avanza. E’ la storia di come si può riuscire a venire a patti con tutto questo.

 

“E’ uno sforzo colossale non provare il tormento di quello che avrebbe potuto essere, e tentare piuttosto di essere felici di quello che è stato. ‘Mi manchi’ le dico ‘Non riesco a sopportare l’idea che ti perderai così tante cose.’

Come può, il cuore, reggere tanto?”

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Fino ad un paio di anni fa (facciamo anche quattro) avevo un ottimo fiuto per quelli che sarebbero diventati dei casi letterari di successo. Giusto per tirarmela un po’ vi dico che ho letto Twilight in tempi non sospetti, quando di copie in libreria ce n’era una, e pure nascosta, e la Meyer non aveva ancora scritto il secondo (magari non l’avesse fatto sul serio), e che ho fatto a tempo a leggermi A feast for crows in inglese fresco di stampa prima che il mondo e la HBO scoprissero la miniera d’oro di the Game of Thrones.

 

Questo perchè fino a quattro anni fa avevo ancora una parvenza di tempo libero e il tempo per curiosare nelle librerie inglesi, oggi non più. Mi ritrovo quindi a compare i libri magari sì con discreto anticipo sulla versione cinematografica, ma puntualmente non li riesco a leggere. Diamo il benvenuto a Amabili resti, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo e, ebbene sì, Hunger Games.

 

Però con Hunger Games mi sono detta “e-che-cazzo-no!” Quindi, avrò anche mancato l’anteprima nazionale, ma il film è uscito lunedì, oggi siamo a venerdì e io il libro l’ho finito da due giorni, tiè!  Crogiolandomi quindi nel molto-fiera-di-me beccatevi i commenti a caldo prima che la visione del film me li alteri.

 

 

Per quei pochi che fossero riusciti ad evitare articoli e servizi e che ancora non conoscessero la trama, Hunger Games è ambientato in un ipotetico stato di Panem, rimasuglio degli Stati Uniti post catastofi naturali, scioglimento dei ghiacci e guerre conseguenti. La capitale Capitol City governava 13 Distretti, questo fino a quando il 13° non si è ribellato. La rivolta ovviamente non è andata bene, il Distretto 13 è stato raso al suolo e agli altri, come monito, Capitol City ha imposto la Mietitura: ogni anno, per ogni distretto, vengono estratti a sorte un ragazzo e una ragazza dai 12 ai 18 anni. I 24 fortunati vengono sbattuti nell’Arena ad uccidersi a vicenda, il tutto nel reality più seguito ed amato di Panem: gli Hunger Games. Chi vince si becca, oltre alla pellaccia salva, onore, gloria, soldi a palate e l’ingrato compito di fare da mentore ai successivi Tributi (così sono chiamati i ragazzi estratti) del suo Distretto.

 

Ma conosciamo la nostra eroina: Katniss Everdeen. La figliola c’ha avuto una botta di sfiga mica da ridere nella vita: padre morto nelle miniere, madre assente, sorellina angelica da sfamare, etc. Insomma, la cugina americana di Candy Candy. La ragazza però c’ha guadagnato in palle e, sì, anche in testa. Ogni tanto è un po’ troppo inpulsiva e questo le ottenebra la capacità di giudizio, ma si accorge in fretta dei suoi errori e soprattutto, impara da essi. Mica come Bella Swan (lo so, questa era facile). Accanto a lei l’uomo della mia vita: Gale, alto, moro, di poche parole, ma efficaci. Ho il sospetto che non sarà l’uomo della sua di vita, ma non voglio spoilerare.

 

Dicevamo, siccome Katniss è la cugina di Candy Candy alla Mietitura viene estratta sua sorella dodicenne. Alla sua prima partecipazione, così. Fortunata, eh? E Katniss, giusto per incrementare la dose di fortuna, si offre come volontaria al posto della piccola Prim. Con lei negli Hunger Games Peeta, il figlio del fornaio, con il quale ha un debito del passato il quale la fa sentire un po’ uncomfortable, diciamo. Peeta ci mette del suo per essere simpatico, ma sinceramente, in questo primo libro non mi ha detto molto. Ho visto degli sprazzi interessanti, ma immagino che l’autrice sia stata fumosa con premeditazione. Inoltre inutile affezionarsi al ragazzo perchè il vincitore degli Hunger Games può essere solo uno…

 

Oppure no? Il giorno in cui il loro mentore Haymitch dedice di smettere per un po’ di bere Katniss e Peeta ne guadagnano sicuramente in punti vita, ma Capitol City non ama essere presa per il culo…

 

In sintesi: dopo l’incenso sparso su questo libro le mie aspettative erano alte e, miracolo, non sono state disattese. Non ho letto molti libri del genere dystopia, ma HG è di sicuro dei più originali sul quale abbia mai messo gli occhi. Tutta la struttura intorno agli Hunger Games è credibile, interessante e solida; i personaggi per quanto un po’ sacrificati all’azione (Katniss a parte) profumano di vero; la scrittura è quella di un young adult, ma è scorrevole e non si prende sul serio. D’altra parte tutto il libro è narrato dagli occhi e dalla voce di Katniss, un altro tipo di scrittura avrebbe fatto a pugni con il personaggio.

Giusto per dare un’idea: mi sono ritrovata a fare l’una di notte e, una volta forzatami a chiudere il libro per dormire, a sognare il seguito. Mi sono ritrovata a leggere in macchina ai semafori rossi, rischiando vita e patente. Mi sono ritrovata incattivita per non aver avuto sotto mano il secondo libro immediatamente. Ho provato emozioni durante e post lettura che avevo ormai dimenticato, trucidate da libri fotocopia e mediocri letti negli ultimi anni.

Benvenuto Hunger Games, e speriamo che il film ti renda giustizia.

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30 Giorni di Film ~ Giorno 7: un film che ti ricorda il tuo passato

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Piccole Donne, in una versione qualsiasi: che sia quella del ’33 (qui sopra), quella del ’49 con Elizabeth Taylor o quella del ’94 con Winona Ryder, non fa differenza.

 

Piccole Donne fa divano, coperta e tè caldo. Piccole Donne fa Natale e abbracci. Piccole Donne fa chiacchiere tra mamma e sorelle. Piccole donne è il film con cui tutte le donne dovrebbero crescere.

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30 Giorni di Libri ~ Giorno 7: un libro che ti descrive

Finora non ho trovato nessun libro che mi descriva e, sinceramente, non saprei nemmeno cosa vorrei/sarebbe necessario leggere per poter definire un libro così.

Forse la storia della mia vita? Non è poi così originale o interessante. Magari una protagonista simile a me? Sarebbe una ragazza di poche parole e con poco tempo, sarebbe più che altro un libro con un flusso di coscienza piuttosto confusionario. Voi lo vorreste leggere? Io no.

 

Insomma, trovo la domanda particolarmente stupida. Io nei libri cerco il diverso, non a caso leggo soprattutto fantasy, non qualcosa che mi descriva.

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30 Giorni di Libri ~ Giorno 6: il libro più corto che tu abbia mai letto

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Novecento di Alessandro Baricco. “Perché? Perché? Perché? Mi sa che voi sulla terra sprecate il vostro tempo a porvi troppi perché!”

Corto, ma denso.

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30 Giorni di Libri ~ Giorno 5: il libro più lungo che tu abbia mai letto.

 

 

Escludendo tomi giganteschi che riuniscono diversi libri di saghe fantasy, numeri alla mano il libro più lungo che io abbia mai letto è I Pilastri della Terra, di Ken Follet.

Nell’estate dei miei 14 anni questo libro è stato una folgorazione. Alcune cose forse non le capii bene, altre erano davvero crude e mi sono rimaste impresse, ma cielo se è un capolavoro.

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30 Giorni di Libri ~ Giorno 4: il libro più brutto che tu abbia mai letto.

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E allora gettiamolo nel fuoco, perchè non contiene che sofisticherie ed inganni.” (David Hume – Ricerca sull’intelletto umano – 1748). Probabilmente Hume nel dirla pensava proprio a libri come Il mondo di Sofia, di Jostein Gaarder.

 

Libro inutile e pedante, ingarbuglia millenni di filosofia senza uno scopo. Difficile da comprendere, apprezzare in pieno e seguire, oserei dire quasi fuorviante per chi non ha basi di filosofia, insopportabilmente superficiale e banale per chi le ha. E ne hanno fatto anche un film! Non c’è mai fine al peggio…

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