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Posts Tagged ‘I consigli (non richiesti) della zia’

La vita è come il jazz, viene meglio quando si improvvisa.

(George Gershwin)

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Era dai tempi dell’università che non seguivo in streaming un anime in contemporanea con la messa in onda in Giappone. Mi ero ripromessa di farlo per alcuni titoli (l’ultima stagione di Nodame Cantabile o Usagi Drop, giusto per citarne un paio), ma alla fine dopo il dorato periodo dell’università avevo messo una pietra sopra la visione degli anime subbati.

 

Come ultimamente mi capita, ieri sera mi sono autoimposta che no, dovevo assolutamente guardare Sakamichi no Apollon. E’ stata decisamente una delle cose migliori che io abbia fatto nelle ultime settimane.

 

Ispirato al manga josei di Yuri Kodama, Sakamichi no Apollon è una storia molto particolare. Innanzi tutto per i disegni, squisitamente seinen e lontani dall’idea imperante di josei. Quindi per l’ambientazione (il Giappone della seconda metà degli anni ’60) e il motore della  storia (la musica jazz che fa incontrare e avvicinare i protagonisti). Tutto il resto è il migliore sliece of life, fatto di incontri, amicizie dove non ti aspetti, amori, risate e musica, tanta musica.

 

La dinamica che lega i protagonisti è tale da non lasciare insoddisfatto nessun tipo di lettore: abbiamo le storie d’amore per le donzelle, una buona dose di amicizia tra uomini per far sghignazzare il sesso forte, e ammiccamenti a palate al bromance il che spiega perchè sia una delle serie più amate del momento dagli appassionati di BL. 😉

 

Per quanto riguarda l’animazione in sè sembra discreta: non sono un’esperta ma non ho notato difetti mastodontici. La regia è buona e le musica carine (sinceramente mi aspettavo di più, stiamo pur sempre parlando di gente che ha musicato Cowboy Beebop…ma può ancora crescere, siamo solo a metà).

 

Status: 11 episodi totali

Sub: sia inglesi che italiani

Perchè guardarlo: per la storia orignale e ben narrata e per Sentaro ♥

 

Sometimes, life is like jazz and goes in an unexpected direction…

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“Il dolore è per sempre. Non scompare, diventa parte di te, passo dopo passo, respiro dopo respiro. Non smetterò mai di soffrire per la morte di Bailey perché non smetterò mai di amarla. È così. Il dolore e l’amore vivono intrecciati, non esiste l’uno senza l’altro. Non posso fare che questo, volerle bene, e cercare di vivere come faceva lei, con coraggio, energia e gioia.”

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Ma che bei libri che mi sono ritrovata a leggere ultimamente. Dopo anni di mediocrità, 3 nel giro di una settimana. Un miracolo.

 

The sky is everywhere è uno di quei libri che, come Hunger Games, ha languito nella mia libreria per anni, ma forse stavo solo aspettando il momento giusto per leggerlo.

 

Mi rendo conto che la trama, comunque la si cerchi di raccontare, lascia un po’ a desiderare perchè in questo libro più che in altri conta quello che le parole non riescono ad espirmere.

E’ la storia di una ragazza, Lennie, a cui è appena morta la sorella maggiore. E di Toby, il ragazzo di Bailey, che sembra l’unico che riesce a capire l’abisso nel cuore di Lennie. E di Joe, un ragazzo nuovo, che Bailey non l’ha mai conosciuta e si innamora di Lennie.

Ma è anche la storia di un amore, grandissimo, tra due sorelle. Ed è la storia di una perdita lacerante, che si sbatte contro il muro e ti leva il fiato. E’ la storia di un dolore che vuole essere raccontato senza che nessuno ascolti. E’ la storia di fiori, libri, musica, fiumi e alberi testimoni di una vita che non continuerà più, che continuerà a morire, ogni giorno, cento volte al giorno, mentre il resto del mondo avanza. E’ la storia di come si può riuscire a venire a patti con tutto questo.

 

“E’ uno sforzo colossale non provare il tormento di quello che avrebbe potuto essere, e tentare piuttosto di essere felici di quello che è stato. ‘Mi manchi’ le dico ‘Non riesco a sopportare l’idea che ti perderai così tante cose.’

Come può, il cuore, reggere tanto?”

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Ebbene sì, fatto 30 facciamo anche 31.

Prima che il mio spirito fangirlesco scatenato dalla lettura del libro si affievolisse, prima che la mia ferma convinzione di voler tenere distinti libro e film venisse meno, e prima che Lui ci ripensasse e mi mandasse a spasso, mi sono fiondata al cinema.

 

Iniziamo da alcuni punti fermi, necessari visto che negli ultimi giorni ho sentito bestialità varie:

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1) “No, non andiamo a vederlo perchè è troppo violento.”  A parte il mio sospiro di sollievo alla frase della signora perchè questa si portava dietro 7 bambini che non volevo assolutamente nella stessa sala con me, la frase rimane comunque una boiata. Le poche e ben dosate scene di violenza, sono attutite con cambi di scena convulsi e rumori ovattati.Poco sangue, qualche coltello, stop. Una puntata di Dragonball è più violenta.

 

2) “No, non andiamo a vederlo perchè mi pare una boiata.” Ovviamente questioni di gusto, ma detto da chi poi ha comprato un biglietto per American Pie, capisci che risulti credibile come Cicciolina vestiti da suora. Nel caso non si fosse già capito dalla mia recensione del libro rimarco il concetto: HG parte da uno degli spunti più geniali degli ultimi anni, credibile e ben congeniato.

 

3) “No, non andiamo a vederlo perchè vuoi mettere Twilight?!?” Ecco, sì dolcezza,  rimani pure fuori dalla sala così uccidi definitivamente quell’unico neurone che ti rimane e ne salviamo uno di mio, eh! Ad ogni modo, HG non è il nuovo Twilight (emmenomale): niente protagonista scema, niente vampiro sbarluccicoso, niente scenggiatura fatta col culo, niente colonna sonora da pezzenti, niente storia d’amore strappalacrime. Anzi, sotto la patina dell’azione HG pone spunti di riflessione che bisognerebbe cogliere.

 

4) “No, non andiamo a vederlo perchè vuoi mettere Harry Potter?!?”  Avessi avuto un paio di neuroni e qualche anno in meno, forse una frase del genere l’avrei detta pure io. Ma guardiamo in faccia la realtà: HG e HP prendono spunto da trame, argomenti, caratterizzazione dei personaggi completamente diversi e anche i libri stessi avevano un pubblico di destinazione separato da almeno 5 anni. Quell’aria cupa che in HP si inzia a respirare con il 4° libro, Hunger Games te la sbatte in faccia sin dalla prima pagina. Insomma il paragone lascia il tempo che trova, soprattutto cinematograficamente.

 

5) Ed infine la mia preferita “No, non andiamo a vederlo perchè sicuramente avranno rovinato il libro.” Io sono la Presidentessa ad honorem di questo partito, la frase sopracitata la ripeto almeno 4 volte l’anno, motivo per cui ci tengo a dire chiaramente che HG film è la fedelissima trasposizione di HG libro. Così fedele che per farlo più fedele potevano solo mettere Suzanne Collins a leggere sullo schermo, libro in mano. Ci sono lievi differenze, necessarie assolutamente, ma così poco lievi che non stonano, oltre al fatto che non sono buttate a caso, ma sono semplicemente anticipazioni del libro successivo.

 

Ed ecco la mia bomba: è proprio il suo essere così fedele al libro, secondo me, a limitare la pellicola cinematograficamente.

 

Rendere un libro narrato tutto in prima persona, dove la protagonista ragiona da sola ed impara di conseguenza (niente dialoghi illuminanti con altri protagonisti), è tutto meno che semplice. Potevano snaturare la cosa e infarcirla di dialoghi per renderla più simpatica ed efficace, oppure potevano rischiare il tutto per tutto e mantenere i silenzi ricchi di rotelline che girano. Così è stato fatto e, davvero, apprezzo tantissimo questa cosa, ma ho passato metà del film a mettermi nei panni di chi il libro non l’aveva letto e il risultato è stato che, vedendo tutti quei silenzi e sguardi fissi, avrei pensato che Katniss è un po’ torda.

 

Il film si segue bene, ha un buon ritmo, nessun tempo morto, dramma e flashback messi al punto giusto senza esagerare e con uno scopo,  eppure non sono riuscita a scorlarmi di dosso la sensazione fastidiosa del “ma l’avrei apprezzato davvero se non avessi letto il libro?”.

 

Viste queste premesse, Jennifer Lawrence si merita tutte le loti sperticate che ho letto: riuscire a trasmettere qualcosa, emozionare, far capire il tuo personaggio, creare empatia, quando hai meno battute di Dumbo non è mica cosa da poco. Imponente Donald Sutherland che con qualche fotogramma mi ha infuso il sacro terrore del Presidente Snow. Geniale Stanley Tucci, il suo Caesar Flickerman è proprio come l’avevo immaginato nel libro. Una gioia per gli occhi, ma completamente anonimo Liam Hemsworth, un Gale da guardare, ma facile da dimenticare e a volte poco credibile. Una vera sofferenza Josh Hutcherson, che fa sembrare Peeta più scemo di quanto non sia (cosa dite? Tutti miei pregiudizi perchè lo trovo un cesso? Nego assolutamente). Una sorpresa Woody Harrelson, un Haymitch che non mi aspettavo, ma ugualmente efficace.

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Va bene, ma alla fine ‘sto film t’è piaciuto o no?

 

Ecco… ni. E’ sicuramente un bel film e ha molti pregi e punti di forza che spero di essere riuscita a mettere in chiaro in tutto il blablabla qui sopra, ma non mi ha emozionata come speravo. Mentre ho amato il libro incondizionatamente, il film lo apprezzo con la testa, ma non con il cuore.

 

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Fino ad un paio di anni fa (facciamo anche quattro) avevo un ottimo fiuto per quelli che sarebbero diventati dei casi letterari di successo. Giusto per tirarmela un po’ vi dico che ho letto Twilight in tempi non sospetti, quando di copie in libreria ce n’era una, e pure nascosta, e la Meyer non aveva ancora scritto il secondo (magari non l’avesse fatto sul serio), e che ho fatto a tempo a leggermi A feast for crows in inglese fresco di stampa prima che il mondo e la HBO scoprissero la miniera d’oro di the Game of Thrones.

 

Questo perchè fino a quattro anni fa avevo ancora una parvenza di tempo libero e il tempo per curiosare nelle librerie inglesi, oggi non più. Mi ritrovo quindi a compare i libri magari sì con discreto anticipo sulla versione cinematografica, ma puntualmente non li riesco a leggere. Diamo il benvenuto a Amabili resti, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo e, ebbene sì, Hunger Games.

 

Però con Hunger Games mi sono detta “e-che-cazzo-no!” Quindi, avrò anche mancato l’anteprima nazionale, ma il film è uscito lunedì, oggi siamo a venerdì e io il libro l’ho finito da due giorni, tiè!  Crogiolandomi quindi nel molto-fiera-di-me beccatevi i commenti a caldo prima che la visione del film me li alteri.

 

 

Per quei pochi che fossero riusciti ad evitare articoli e servizi e che ancora non conoscessero la trama, Hunger Games è ambientato in un ipotetico stato di Panem, rimasuglio degli Stati Uniti post catastofi naturali, scioglimento dei ghiacci e guerre conseguenti. La capitale Capitol City governava 13 Distretti, questo fino a quando il 13° non si è ribellato. La rivolta ovviamente non è andata bene, il Distretto 13 è stato raso al suolo e agli altri, come monito, Capitol City ha imposto la Mietitura: ogni anno, per ogni distretto, vengono estratti a sorte un ragazzo e una ragazza dai 12 ai 18 anni. I 24 fortunati vengono sbattuti nell’Arena ad uccidersi a vicenda, il tutto nel reality più seguito ed amato di Panem: gli Hunger Games. Chi vince si becca, oltre alla pellaccia salva, onore, gloria, soldi a palate e l’ingrato compito di fare da mentore ai successivi Tributi (così sono chiamati i ragazzi estratti) del suo Distretto.

 

Ma conosciamo la nostra eroina: Katniss Everdeen. La figliola c’ha avuto una botta di sfiga mica da ridere nella vita: padre morto nelle miniere, madre assente, sorellina angelica da sfamare, etc. Insomma, la cugina americana di Candy Candy. La ragazza però c’ha guadagnato in palle e, sì, anche in testa. Ogni tanto è un po’ troppo inpulsiva e questo le ottenebra la capacità di giudizio, ma si accorge in fretta dei suoi errori e soprattutto, impara da essi. Mica come Bella Swan (lo so, questa era facile). Accanto a lei l’uomo della mia vita: Gale, alto, moro, di poche parole, ma efficaci. Ho il sospetto che non sarà l’uomo della sua di vita, ma non voglio spoilerare.

 

Dicevamo, siccome Katniss è la cugina di Candy Candy alla Mietitura viene estratta sua sorella dodicenne. Alla sua prima partecipazione, così. Fortunata, eh? E Katniss, giusto per incrementare la dose di fortuna, si offre come volontaria al posto della piccola Prim. Con lei negli Hunger Games Peeta, il figlio del fornaio, con il quale ha un debito del passato il quale la fa sentire un po’ uncomfortable, diciamo. Peeta ci mette del suo per essere simpatico, ma sinceramente, in questo primo libro non mi ha detto molto. Ho visto degli sprazzi interessanti, ma immagino che l’autrice sia stata fumosa con premeditazione. Inoltre inutile affezionarsi al ragazzo perchè il vincitore degli Hunger Games può essere solo uno…

 

Oppure no? Il giorno in cui il loro mentore Haymitch dedice di smettere per un po’ di bere Katniss e Peeta ne guadagnano sicuramente in punti vita, ma Capitol City non ama essere presa per il culo…

 

In sintesi: dopo l’incenso sparso su questo libro le mie aspettative erano alte e, miracolo, non sono state disattese. Non ho letto molti libri del genere dystopia, ma HG è di sicuro dei più originali sul quale abbia mai messo gli occhi. Tutta la struttura intorno agli Hunger Games è credibile, interessante e solida; i personaggi per quanto un po’ sacrificati all’azione (Katniss a parte) profumano di vero; la scrittura è quella di un young adult, ma è scorrevole e non si prende sul serio. D’altra parte tutto il libro è narrato dagli occhi e dalla voce di Katniss, un altro tipo di scrittura avrebbe fatto a pugni con il personaggio.

Giusto per dare un’idea: mi sono ritrovata a fare l’una di notte e, una volta forzatami a chiudere il libro per dormire, a sognare il seguito. Mi sono ritrovata a leggere in macchina ai semafori rossi, rischiando vita e patente. Mi sono ritrovata incattivita per non aver avuto sotto mano il secondo libro immediatamente. Ho provato emozioni durante e post lettura che avevo ormai dimenticato, trucidate da libri fotocopia e mediocri letti negli ultimi anni.

Benvenuto Hunger Games, e speriamo che il film ti renda giustizia.

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La domanda di una mia amica mi ha ricordato che meta dei miei viaggi è stata anche la città di Barcellona. Non che io rischi veramente di dimenticarmi dove sono stata, ma con il tempo i ricordi tendono a sfumare e la cosa mi dispiace parecchio.

 

E’ quindi più per la mia memoria di gamberetto, che non per l’effettiva utilità, che scrivo questo post. Non sia mai che un giorno io ci ritorni e mi tocchi ri-organizzare tutto da zero. ù_ù

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Come ci arrivo: oggi sono numerose le compagnie aeree che volano verso la Spagna, anche low cost. Noi all’epoca volammo Ryanair, una delle poche ad offrirci un volo da Venezia. Oggi si può contare anche su AirOne e sulla spagnola Vueling, mentre la neonata Volotea non porta a Barcellona da Venezia nonostante la massiva pubblicità che c’è in giro. Ovviamente ampliando l’aereoporto di partenza anche l’offerta aumenta.

Rispetto al nostro viaggio ora quasi tutte le compagnie scendono all’aereoporto El Prat decisamente più vicino rispetto a Girona. Si può raggiungere il centro della città con i treni della RENFE o con gli aerobus. Per chi, come me, è abituato ai costi di trasferimento di Londra, Barcellona sembrerà il paradiso: il treno costa 3,60€, l’autobus 5,30€.

 

Come mi muovo: il servizio di trasporti pubblici di Barcellona è una delle cose che più mi aveva colpito della città. E’ un servizio capillare e puntualissimo, fatto di metro, autobus e tram. I biglietti singoli non valgono la pena, molto meglio compare il carnet di 10 biglietti (chiamato T10) o, ancora meglio, la Barcelona Card che avevamo noi. Questa ti permette di fare viaggi illimitati su tutti i mezzi di trasporto (treno dall’aereoporto compreso) e garantisce anche degli sconti per l’accesso ai monumenti.

 

Dove dormo: noi dormimmo all’Hostal Central. La camera (doppia e con tv) aveva il bagno privato e un terrazzino che dava sulla strada. Piccolina, ma decorosa e perfetta per il suo scopo, ovvero solo dormirci. La posizione è fantastica, servitissima dalla metro e a soli 2 minuti a piedi da Plaza Catalunya e dalle Ramblas. Per chi cerca un altro tipo di alloggio, di altro livello, di altro pianeta e decisamente di altro prezzo segnalo Questo e Questo: per una fuga romantica potrebbero essere perfetti, lasciandovi però la libertà di prepararvi da mangiare se volete.

 

Dove mangio: una premessa: quando viaggio (e non solo) sono di bocca buona e se c’è una cosa su cui risparmio è proprio il cibo. In generale per me mangiare è una necessità fisica e uno spreco di tempo utile. Sono quindi una fan delle tapas, dei panini, dei self-services a prezzo fisso e in genere del mangiare non proprio raffinato e piuttosto di corsa ^^” Non sperate quindi che vi consigli grandi ristoranti o cose costose e chic.

A Barcellona ci siamo nutriti principalmente da Fresc Co. In particolare è adattissimo per il pranzo: con 10€ si ha un buffet libero e si può mangiare quanto si vuole, perfetto per ricaricarsi a metà giornata! Alla sera e nei weekend il principio è lo stesso, ma il prezzo è leggermente più alto. Cosa da non sottovalutare: Fresc Co ha un buon assortimento di frutta e verdura, il che per essere una incrocio con un fast food non è niente male! Altra catena a cui ho donato un sacco di soldi è Vips, che oltre ad essere proprietaria degli omonimi ristoranti (particolarmente consigliate le loro colazioni e i loro club sandwiches, davvero abbondanti e ottimi!), possiede anche i marchi Gino’s (ristoranti un po’ più chic) e TGI Friday’s (la versione spagnola dell’Hard Rock Cafè). Infine Bocatta, fast food tutto spagnolo specializzato soprattutto in bocadillos ovvero panini. Dai che non vi è neanche andata male!

 

Cosa vado a vedere: sistemati i bisogni primati può iniziare la visita vera e propria! Ecco le dieci cose da non perdere secondo la Zia Nyme.

1) Barcellona è una città solare e bellissima, piacevole anche semplicemente nel passeggiare qua e là, ma è soprattutto la città di Antoni Gaudì e dell’Art Nouveau ♥

Sono quindi obbligatorie le visita alla Sagrada Familia e al Parco Guell. In città ci sono poi Palazzo Guell, Casa Milà, Batllò e Vicens. Il lato negativo è che il tutto costa parecchio: 13€ per la Sagrada Familia (diventano 17€ con l’audioguida), 10€ per Palazzo Guell, 18.50€ per casa Batllò…

Se avete la possibilità allontanatevi di Barcellona e visitate anche la Colonia Guell: il posto è ormai abbandonato, ma mantiene il suo fascino.

2) la passeggiata su e giù per la Rambla che è una scoperta infinita: plaza Catalunya con El Corte Inglé da un lato, la statua di Colombo dall’altro (ci si può salire per 2,50€), non dimenticando il nuovo tratto marino costruito per le olimpiadi dove ci sono anche il centro commerciale Mare Magnum e l’acquario. Nel mezzo: il Museo delle Cere (un po’ una boiata, ma se non altro costa meno del più famoso Madame T), la Fontana Canaletes corrispondente spagnola della Fontana di Trevi, il museo Picasso, Casa Cuadros con il drago e gli ombrelli, il teatro Liceu, Plaza Reial e la bellissima Bouqueria, uno dei miei posti preferiti in assoluto per cui…

3) la Bouqueria: già il fatto che questo mercato sia sotto una tipica struttura in ferro sarebbe stato sufficiente per farmene innamorare ma, ebbene sì, c’è di più. Animato e colorato, ma ordinato, con una disposizione delle cose in vendita da far invidia al migliore centro commerciale, altro che i nostri mercati tutti cassette di legno e roba buttata là. Occhio ai borseggiatori, ma non lasciatevi scappare le monoporzioni di macedonia o i frullati freschi come spuntino mattutino!

4) il Barrio Gotico: cuore pulsante della città vecchia, tra le sue stradine spunta la Cattedrale della città. Oltre a poter visitare la cripta con i resti di Santa Eulalia (e il sarcofago che narra la fondazione di Barcellona ad opera di Ercole, mica pizze e fichi) deliziatevi con le 13 oche guardiane del cortile: la leggenda narra che siano 13 come gli anni di Eulalia, martire bambina. La Cattedrale è però dedicata anche alla Santa Croce appena sopra l’altare: anche qui la leggenda narra che Giovanni d’Austria se la sia portata in guerra contro i Turchi a Lepanto e che il Cristo si sia mosso per evitare la palla di cannone. Ecco perchè avrebbe quella forma strana. 

Per i fan di Falcones non perdetevi anche la Cattedrale di Santa Maria del Mar. A me il libro non è piaciuto per niente, ma la cattedrale ha il suo perchè.

5) Palazzo della Musica Catalana: sì, mi piace il modernismo. S’era capito? E comunque è patrimonio dell’Unesco, quindi non sono la sola.

6) Hospital de la Santa Creu i Sant Pau: idem come sopra. La filosofia era che l’armonia estetica poteva giovare alla salute dei malati. Come dar loro torto?

7) Parc della Ciutadella: preziosissima meta per una bella giornata di sole in relax. Nel parco non manca niente: fontana di Gaudì, laghetto, Museo di Storia Naturale, Zoo…una gita all’aria aperta senza allontanarsi troppo.

8) Anche se non siete fan del calcio una visita al museo del Barcelona e al Camp Nou non farebbe male. Il Camp Nou è lo stadio più grande d’Europa ed è impressionante vedere come dalle file più alte si goda comunque di un’ottima visuale. Un punto a favore che sono meno sboroni del Real, che negli spogliatoi ha l’idromassaggio relax. Immancabile il negozio, tra l’altro ben fornito, perchè il Barça è “més que un club”.

9) Tibidabo: un po’ per il parco divertimenti ultracentenaria, un po’ per la vista mozzafiato della città

10) Montjuïc: in quest’area potete sbizzarrirvi. Si va dal Poble Espanyol (ricostruzione di un paese medioevale) allo Stadio delle Olimpiadi, dal Museo della Fondazione Mirò alla Fontana magica, dai giardini botanici alla Torre delle Telecomunicazioni creata da Calatrava.

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Prendi New Orleans che, si sa dai tempi di Anna Rice e Intervista col Vampiro, pullula di zannuti vampiri e dei loro amiconi lupi mannari.

 

Prendi il primo tizio che passa. Uno a caso, non importa. Ha una macchina nera, una camicia rossa e un amico un po’ troppo ciarlone, simpatico ma fondamentalmente imbecille (l’amico intendo, il tizio dalla camicia rossa dice si e no 2 parole).

 

Fai incontrare i due universi, magari con l’immancabile, prezioso aiuto, della fighetta bionda che in lacrime chiede l’aiuto del nostro eroe e del suo amico imbecille per trovare i brutali (e zannuti) assassini del padre.

 

Fai un film su ‘sta cosa. Già così promette di essere una boiata, ma poi scopri che il film in questione si chiama “Dylan Dog”, che c’hanno messo 10 anni a scriverlo e che si spaccia per la versione cult-movie del fumetto di Scalvi e allora il discorso diventa diverso. Questo non è solo una boiata, è un’eresia.

 

Ecco, e il mio sei tu.

 

Che voi siate e non siate fan di Dylan Dog, questo film non s’aveva da fare. Dell’Indagatore dell’Incubo ha solo il nome, tutto il resto è solo schifezza nel peggiore stile Hollywood. Niente Londra, niente Groucho, niente Morgana, niente Xarabas. Praticamene una puntata di Buffy. Con l’aggravante che, anche a dimenticarsi che si chiama Dylan Dog e a far finta che sia un film qualsiasi, rimane comuque una merda: scritto male, sceneggiatura banale, prevedibile, noiosa e slegata, dialoghi che neanche i miei nipoti di 6 e 4 anni, protagonisti espressivi come un palo della luce.

 

Fatevi un piacere: evitatelo.

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30 Giorni di Colonne Sonore ~ Giorno 5: la tua colonna sonora preferita di un film d’azione

Ve ne segnalo tre, diverse tra loro e ugualmente meritevoli:

Cowboy Bebop, che sia il movie o la serie andrebbe ascoltato tutto.

Time, da Inception. Un film che è un capolavoro sotto molti aspetti, e la colonna sonora del mio DIO Hans Zimmer non può essere da meno. La canzone poi di Edith Piaf è diventata un must.

Ed infine:

Non amo i mix di canzoni, lo sapete, ma questa canzone… ♥

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